Accogliere è semplice

Storia di Vupsi il leoncino che scelse la sua mamma in prestito

“Vupsi, vuoi andare a bere alla pozza?” diceva mamma Leonessa al mattino. Perché la mamma di Vupsi non dava ordini e indicazioni, ma lasciava possibilità. La sete era molta nella savana, sempre la stessa sete, tutte le mattine. E sempre la stessa pozza cui dissetarsi, nella savana. Ma la mamma di Vupsi non voleva che il suo leoncino si sentisse costretto dalla necessità o povero di risorse: gli faceva immaginare tutto il mondo e il bene possibile, anche quando ciò che si poteva vedere era solo savana, e ciò che si poteva sentire era solo la sete, e ciò che si poteva sperare era solo che la pozza non si fosse asciugata.

Fu forse per questo che Vupsi non conosceva la tristezza di chi deve, ma solo la gioia di chi sceglie secondo l’amore.

Perché è l’amore che crea la savana, le pozze e le mamme.
E quello stesso amore creò la mamma in prestito di Vupsi.
In prestito momentaneo ma a durata illimitata, gli avevano detto all’Ufficio Adozioni.

Ma andiamo con ordine. Mamma Leonessa un giorno s’addormentò per la troppa sete: Vupsi comprese che quel sonno era troppo profondo perché si svegliasse. Gli si spaccò il cuore sul momento, ma poi pensò a tutte le mille possibilità che gli si aprivano e che la mamma, quando le stelle brillavano serene la notte, gli aveva spiegato e rispiegato, come fosse un trattato di scienza altissima che solo lui poteva comprendere.

“Se io non ci sarò”, diceva mamma Leonessa, “ sarà solo un momento. Mi rivedrai, ovunque, Vupsi. Sarò in tutte le mamme del mondo. E se vai all’Ufficio Adozioni ti daranno una lista di mamme leonesse di città, che pensavano di dover stare tutto il giorno in una gabbia, a fare solo certe cose nella loro vita, che non sapevano di noi, della savana, della sete che non passa e fa addormentare. Non sapevano di te, Vupsi, così come tu non eri tenuto a sapere di loro. Ma io ti dico: mai fare solo quello che sembra dovuto. E mai soffrire troppo per qualcosa che sembra perduto. L’amore, Vupsi, crea il mondo ogni giorno. Vai all’Ufficio e cerca la tua nuova mamma, quando io non ci sarò più, o sembrerà che sia così”.

All’Ufficio presero il nome di Vupsi (che era appunto Vupsi), la sua data di nascita – il giorno prima che il sole vada nel solstizio, del mese rosso amaranto, del penultimo anno della dinastia dei Leoni Saggi – e l’impronta della zampa.

Vupsi non sapeva molto delle mamme leonesse di città: guardò varie foto, gli sembravano tutte così tristi. Anche quelle con i cuccioli vicino. Non avevano gli occhi splendenti della sua mamma e anche i cuccioli sembravano un po’ spaesati. Vupsi, però, non si perse d’animo: si ricordò il gioco della mamma – guarda sempre oltre ciò che vedi, rovescia la realtà e cerca quanto di più bello sai immaginare – e scelse la mamma con i cuccioli che erano più tristi di tutti. “Sono quelli che hanno più bisogno di adottarmi” dedusse.

Insomma la mamma prescelta si scelse da sola. L’impiegato dell’Ufficio Adozioni disse: “Vupsi, sei un saggio leoncino. Questa è una leonessa del Grande Zoo della Grande Città Triste. Scrive spesso per sapere se qualche leoncino della savana ha chiesto di essere adottato da lei. Mi dice che l’amore e l’accoglienza sono così semplici, e non capisce perché nessuno finora si sia fatto vivo. Ma ti sei fatto vivo tu, ora. E sei il leoncino giusto. Vedo che sei pieno di possibilità. Sono sicuro che non deluderai la tua nuova mamma e i tuoi nuovi fratelli”.

E così fu.

La cosa bella per la leonessa di città non era tanto aver imparato ad amare un leoncino oltre ai propri figli, ma sentirsi anche lei leonessa della savana. Vupsi le raccontava ogni cosa della savana. Sapendo che lei lo ascoltava e lo guardava da lontano – si parlavano la notte, attraverso le correnti notturne di stelle – e che avrebbe raccontato le sue avventure ai propri leoncini di città, faceva tutto con più entusiasmo. E cresceva forte, e allegro. “Vuoi andare a bere, Vupsi?” si diceva al mattino. “Sì che voglio”. E da quando lo aveva adottato la leonessa di città le pozze d’acqua erano aumentate e, così, si poteva volere e desiderare anche molto di più.

A mamma leonessa di città sembrava, la notte, attraverso le stelle, di sentire le parole della mamma di Vupsi. Si domandava quante altre cose semplici e semplicissime non aveva fatto nella sua vita per mancanza di tempo, o di fantasia. Quanti altri Vupsi c’erano nella savana, quanti altri figli in prestito avrebbe potuto prendere e quanti altri prestare. Quante altre possibilità avrebbe potuto raccontare ai suoi figli.

Poi per la stanchezza s’addormentava e le sembrava di sentire da lontano il ruggito gentile di Vupsi, il leoncino che volle farsi adottare da una mamma in prestito.

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